E' certo: il Coronavirus presente nel particolato atmosferico
Scritto da Redazione   
sabato 25 aprile 2020

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 Registriamo questa ulteriore conferma

 

  E' certo: il Coronavirus è presente nel particolato atmosferico

La Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) annuncia che il coronavirus SARS-Cov-2 è stato ritrovato sul particolato (PM). "Questa prima prova apre la possibilità di rilevare precocemente la ricomparsa del virus e adottare adeguate misure prima dell'inizio di una nuova epidemia"

24 aprile, 2020

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Ora è certo: il Coronavirus è presente nel particolato atmosferico

La Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) annuncia che il coronavirus SARS-Cov-2 è stato ritrovato sul particolato (PM). "Questa prima prova apre la possibilità di rilevare precocemente la ricomparsa del virus e adottare adeguate misure prima dell'inizio di una nuova epidemia"

24 aprile, 2020

A poco più di un mese dalla pubblicazione di un Position Paper sulla "Valutazione della potenziale relazione tra l'inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione dell'epidemia da COVID-19", la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) annuncia che il coronavirus SARS-Cov-2 è stato ritrovato sul particolato (PM).

"Questa prima prova apre la possibilità di testare la presenza del virus sul particolato atmosferico delle nostre città nei prossimi mesi come indicatore per rilevare precocemente la ricomparsa del coronavirus e adottare adeguate misure preventive prima dell'inizio di una nuova epidemia", anticipa Alessandro Miani, Presidente SIMA. Tra i componenti del gruppo di ricerca, oltre ad Alessandro Miani (Università degli Studi di Milano) sono presenti Leonardo Setti e Fabrizio Passarini (Università di Bologna), Gianluigi De Gennaro, Jolanda Palmisani e Alessia Di Gilio, (Università di Bari), Pierluigi Barbieri, Massimo Borelli, Valentina Torboli, Alberto Pallavicini (Università di Trieste), Maurizio Ruscio, Francesco Fontana e Libera Clemente (Azienda ospedaliera Giuliano Isontina di Trieste), Maria Grazia Perrone (Divisione Ricerca Ambientale Tecora) e Prisco Piscitelli (Cattedra UNESCO dell’Università Federico II di Napoli e Vicepresidente SIMA).

“Questa prima parte della ricerca mirava espressamente a cercare la presenza dell'RNA del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico. Le prime evidenze relative alla presenza del coronavirus sul particolato provengono da analisi eseguite su 34 campioni di PM10 in aria ambiente di siti industriali della provincia di Bergamo, raccolti con due diversi campionatori d'aria per un periodo continuativo di 3 settimane, dal 21 febbraio al 13 marzo”, spiega il professor Leonardo Setti, coordinatore del gruppo di ricerca scientifica insieme al professor Gianluigi De Gennaro e al professor Alessandro Miani.

"I campioni sono stati analizzati dall’Università di Trieste in collaborazione con i laboratori dell’azienda ospedaliera Giuliano Isontina, che hanno verificato la presenza del virus in almeno 8 delle 22 giornate prese in esame. I risultati positivi sono stati confermati su 12 diversi campioni per tutti e tre i marcatori molecolari, vale a dire il gene E, il gene N ed il gene RdRP, quest'ultimo altamente specifico per la presenza dell'RNA virale SARS-CoV-2. Possiamo confermare di aver ragionevolmente dimostrato la presenza di RNA virale del SARSCoV-2 sul particolato atmosferico rilevando la presenza di geni altamente specifici, utilizzati come marcatori molecolari del virus, in due analisi genetiche parallele”, precisa Setti. Commentando il lavoro di équipe che ha portato a questo risultato, il professor Pierluigi Barbieri sottolinea come “il lavoro di ricerca e analisi interdisciplinare è essenziale per approfondire la conoscenza del SARS-CoV2 e identificare le migliori azioni per superare il lockdown”.

Secondo il professor Gianluigi De Gennaro: “Questa è la prima prova che l'RNA del SARS-CoV-2 può essere presente sul particolato in aria ambiente, suggerendo così che, in condizioni di stabilità atmosferica e alte concentrazioni di PM, le micro-goccioline infettate contenenti il coronavirus SARS-CoV-2 possano stabilizzarsi sulle particelle per creare dei cluster col particolato, aumentando la persistenza del virus nell'atmosfera come già ipotizzato sulla base di recenti ricerche internazionali. L’individuazione del virus sulle polveri potrebbe essere anche un buon marker per verificarne la diffusione negli ambienti indoor come ospedali, uffici e locali aperti al pubblico. Le ricerche hanno ormai chiarito che le goccioline di saliva potenzialmente infette possono raggiungere distanze anche di 7 o 10 metri, imponendoci quindi di utilizzare per precauzione le mascherine facciali in tutti gli ambienti”.

La prova che l'RNA del SARS-CoV-2 può essere presente sul particolato in aria ambiente non attesta ancora con certezza definitiva che vi sia una terza via di contagio.” - prosegue De Gennaro - “Tuttavia, occorre che si tenga conto nella cosiddetta Fase 2 della necessità di mantenere basse le emissioni di particolato per non rischiare di favorire la potenziale diffusione del virus”. A tal proposito, l’epidemiologo Prisco Piscitelli spiega: “Ad oggi le osservazioni epidemiologiche disponibili per Italia, Cina e Stati Uniti mostrano come la progressione dell'epidemia COVID-19 sia più grave in quelle aree caratterizzate da livelli più elevati di particolato. Esposizioni croniche ad elevate concentrazioni di particolato atmosferico, come quelle che si registrano oramai da decenni nella Pianura Padana, hanno di per sé conseguenze negative sulla salute umana, ben rilevate e quantificate dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, rappresentando anche un fattore predisponente a una maggiore suscettibilità degli anziani fragili alle infezioni virali e alle complicanze cardio-polmonari. È arrivato il momento di affrontare il problema”. 

“Siamo in stretto contatto con l'Organizzazione Mondiale della Sanità e con la Commissione Europea per condividere i risultati delle nostre analisi. Sono in corso ulteriori studi di conferma di queste prime prove sulla possibilità di considerare il PM come ‘carrier’ di nuclei contenenti goccioline virali, ricerche che dovranno spingersi fino a valutare la vitalità e soprattutto la virulenza del SARS-CoV-2 adeso al particolato. Intanto, la presenza del virus sulle polveri atmosferiche è una preziosa informazione in vista dell’imminente riapertura delle attività sociali, che conferma l’importanza di un utilizzo generalizzato delle mascherine da parte di tutta la popolazione. Se tutti indossiamo le mascherine, la distanza inter-personale di 2 metri è da considerarsi ragionevolmente protettiva permettendo così alle persone di riprendere una vita sociale”, conclude Alessandro Miani.

 

invito a leggere fra i commenti: quello che sembra una dichiarazione se non negazionista, quasi (ndrmsirca)

http://www.ecodallecitta.it/notizie/392589/societa-italiana-aerosol-parziale-e-prematuro-il-rapporto-diretto-tra-numero-di-superamenti-di-pm-e-contagi-da-covid-19

Commenti
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scritto da msirca, aprile 25, 2020

http://www.ecodallecitta.it/notizie/392589/societa-italiana-aerosol-parziale-e-prematuro-il-rapporto-diretto-tra-numero-di-superamenti-di-pm-e-contagi-da-covid-19

Continua il dibattito scientifico sull’ipotesi che la cattiva qualità dell’aria abbia contribuito alla diffusione del Coronavirus. A dare una accelerazione a quella che sembrava solo una ipotesi è stata la pubblicazione di un position papaer da parte della Società italiana di medicina ambientale (Sima) insieme alle Università di Bari e di Bologna nella quale emerge una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 registrati nel periodo 10-29 febbraio e il numero di casi di Covid-19 aggiornati al 3 marzo. "Le polveri stanno veicolando il virus. Fanno da carrier - avvertiva Gianluigi de Gennaro, dell’Università di Bari - Più ce ne sono, più si creano autostrade per i contagi. Ridurre al minimo le emissioni e sperare in una meteorologia favorevole".

Nella giornata di venerdì 20 marzo la Società Italiana Aerosol (Ias) in un comunicato, sottoscritto da più di 70 tra ricercatori e scienziati soci, esprime il suo parere sulle attuali conoscenze relative all’interazione tra livelli di inquinamento da PM e la diffusione del COVID-19. (Qui il documento integrale)

“È noto – scrive la Ias - che l’esposizione, più o meno prolungata, ad alte concentrazioni di PM aumenta la suscettibilità a malattie respiratorie croniche e cardiovascolari e che questa condizione può peggiorare la situazione sanitaria dei contagiati. Queste alte concentrazioni sono frequentemente osservate nel nord Italia, soprattutto nella pianura Padana, durante il periodo invernale. Tuttavia, ad ora non è stato dimostrato alcun effetto di maggiore suscettibilità al contagio al COVID-19 dovuto all’esposizione alle polveri atmosferiche”.

“È stato inoltre ipotizzato – continua la Ias nel comunicato - che il particolato atmosferico possa agire come substrato “carrier” per il trasporto del virus aumentando così il ritmo del contagio. Questo aspetto non è però confermato dalle conoscenze attualmente a disposizione, così come non sono ancora del tutto noti il tempo di vita del virus sulle superfici ed i fattori che lo influenzano. È possibile che alcune condizioni meteorologiche, tipicamente presenti nel nord Italia in questo periodo, quali la bassa temperatura e l’elevata umidità atmosferica, possano creare un ambiente che favorisce la sopravvivenza del virus. Queste condizioni che, in genere, coincidono con una situazione di stabilità atmosferica intensa, favoriscono la formazione di particolato secondario e l'incremento della concentrazione del PM in prossimità del suolo. La covarianza fra condizioni di scarsa circolazione atmosferica, formazione di aerosol secondario, accumulo di PM in prossimità del suolo e diffusione del virus non deve, tuttavia, essere scambiata per un rapporto di causa-effetto. Nel caso di sistemi complessi come quello con cui abbiamo a che fare, l’interpretazione delle correlazioni semplici (cioè quella tra due serie temporali) non indica necessariamente un rapporto causa-effetto”.

“Il Presidente, il Consiglio Direttivo della IAS e tutti i Soci firmatari – conclude la nota - sono unanimi nel valutare come parziale e prematura l’affermazione che esista un rapporto diretto tra numero di superamenti dei livelli di soglia del PM e contagi da COVID-19, e nel ritenere che un eventuale effetto dell'inquinamento da PM sul contagio da COVID-19 rimanga - allo stato attuale delle conoscenze - una ipotesi che dovrà essere accuratamente valutata con indagini estese ed approfondite. Nello stesso modo, si ritiene che la proposta di misure restrittive di contenimento dell’inquinamento come mezzo per combattere il contagio sia, allo stato attuale delle conoscenze, ingiustificata, anche se è indubbio che la riduzione delle emissioni antropiche, se mantenuta per lungo periodo, abbia effetti benefici sulla qualità dell’aria e sul clima e quindi sulla salute generale”.

Principio di precauzione...
scritto da msirca, aprile 25, 2020

Riguardo la comunicazione della Società Italiana Aerosol (Ias), si assiste forse a una forma di negazionismo?
Ritorna l'ennesimo disconoscimento del principio di precauzione?



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Ultimo aggiornamento ( sabato 25 aprile 2020 )